I brani seguenti evidenziano alcuni aspetti importanti del Grande Uomo che fu il Professor Medi:



ENRICO MEDI E I SANTI

Con i Santi, il Professor Medi aveva un rapporto speciale. Ad uno in particolare, San Corrado, si rivolgeva di continuo, stabilendo un contatto diretto e quotidiano, e riscotendo poi, dalla sua protezione un notevole successo. Gli affidava tutta la sua vita, la famiglia, la politica, persino la scienza, perché questa era il primo grande dono fattogli da Dio. Il Professore gli parlava come ad un amico sempre presente, gli confidava crucci e dolori, gioie e passioni. La sua devozione era spesso premiata.
Ai santi poi, dedicava i più bei discorsi, molti dei quali, purtroppo sono andati persi perché pronunciati a braccia e mai trascritti, tale era l’amorevole foga e la sincera riconoscenza dai quali traevano origine. Molti altri invece nascevano da un profondo studio del singolo caso. Il Professore si documentava a fondo su ogni Santo, ne leggeva la vita, le eventuali opere e solo dopo una lunga full immersion nel suo mondo e nelle sue idee, scriveva i più ispirati discorsi. Discorsi formati da nobili parole che arrivavano sino al profondo dell’animo di tutti coloro che li ascoltavano, coinvolgendoli e commovendoli ad un sol tempo. Spesso poi, il Professore era in grado di trovare spunti innovativi, particolari sconosciuti ai molti e di far brillare la figura del Santo preso in esame, di una luce nuova. Ogni occasione era buona per indagare sul mistero della Santità, mistero che lo affascinava profondamente. Lo studio dei santi non mirava solo a ricordarne e riammirarne l’opera, ma soprattutto a riattualizzarne ogni singolo messaggio. “La Santità - scrisse una volta- è un’opera d’arte dello Spirito Santo e come di un opera d’arte non si possono dare definizioni. Se l’arte fosse definibile non sarebbe più tale perché sarebbe ripetibile e finita, come una macchina. Un capolavoro ha sempre il carattere della unicità e non ha vere ragioni della sua bellezza; è bello perché lui realizza una particolare bellezza e, con ciò stesso, la definisce. Quello che si può dire, con poverissime parole è appunto che ogni santo risplende di una luce tutta propria inconfondibile: più i vertici sono alti e più sono distinti”. Enrico Medi riceveva continui inviti per pronunciare i suoi rinomati discorsi, su questo o quell’altro santo o sulla santità in generale, e ogni volta accettava con umiltà e rispetto, ci teneva a giustificare la pochezza delle parole disponibili davanti alla grandezza dell’argomento trattato.
Eppure sempre forte era il richiamo che sortiva su di Lui un tale compito, perché i Santi solo legati indissolubilmente a Dio, e parlare di loro, immergersi nelle loro storie, rileggerne l’opera e il messaggio, a Dio lo facevano sentire sempre più vicino.
Fu così che parlò a lungo nel ’48 di Giacomo Cusmano, fondatore del “Boccone del povero” a Palermo, a Torino nel ‘ 56 di Francesco Faà di Bruno, santo della Restaurazione, e poi ancora di Luigi Orione a Napoli nel ’65, a Forlì nel ’71 di benedetta Bianchi Porro e in un’altra occasione del novello beato Massimiliano Kolbe, commemorò a Roma, madre M. Caiani la fondatrice delle Suore Minime del S. Cuore e tanti altri ancora.







IL PROFESSORE E LA MADONNA

A testimonianza dell’estrema devozione che Enrico Medi nutrì per tutta la vita verso la Madre di Dio, ci sono le sei Marie, le sei figlie femmine del Professore.
La chiamava la “Bella Signora”, questa madre cui faceva continuamente riferimento, a cui dedicava preghiere soavi e bellissime. “Il Signore ha creato Maria, e in lei ha raccolto tutto ciò che di bello e di grande, di meraviglioso, di stupendo e di armonico, può essere nel disegno di una creatura umana” ha scritto in Astronauti di Dio. Il rapporto con la Madonna è una delle chiavi di volta della spiritualità complessa di quest’uomo straordinario. Ma anche in questo caso nulla di sterile o di infantile vi era in questo suo guardare sempre verso la Madre di Dio, era anche questo un modo per avvicinarsi a Lui: “Non disperiamo, se è , com’è, mediatrice di tutte le grazie, è per eccellenza la mediatrice della Misericordia. Lasciamo nelle sue mani al libertà di tessere la tela del mondo, essa che legge negli occhi di Dio, saprà trarre il più meraviglioso disegno d’amore e di gioia”.
Il cuore di Dio e il cuore della Madonna erano legati da un unico filo inscindibile, questo filo non era astratto, sfumato, ma vero e tangibile, riscontrabile in ogni miracolo, in ogni atto di Maria e dei suoi figli. Questo appunto il compito di ogni figlio devoto e pio, quello di calibrare il proprio cuore al Battito Eterno, di unirsi anche lui a quel filo che tutto può e tutto sente. La Madonna era per lui una sorta di riassunto universale, in lei tutto era spiegato e chiaro e per poter vivere nella luce a Lei si doveva far riferimento. Spesso nei suoi scritti si fa riferimento alla “Bella Signora”, ai loro incontri, alle sue straordinarie apparizioni: ”Sono andato ora a trovare la bella Signora, tutta Bianca sorride dall’alto dicendo grazie, sorride al mio sguardo dicendo vengo.“ Sempre soavi, lucenti e eterei i termini con cui il Professore soleva descriverla. E sempre ne parlava e ne scriveva come un’immagine concreta che gli stesse davanti in quell’istante o in ogni istante. Un immagine vera e luminosa, pura e radiosa, sempre pronta a indicare la strada e a schiarire la mente, liberandola da dubbi e tormenti. Fin dall’infanzia aveva sviluppato con la Madonna una familiarità sconvolgente e commovente insieme, familiarità testimoniata dal tono filiale col quale le si rivolgeva di continuo. Adorava il Magnificat che considerava il canto più bello e non si stancava mai di ascoltarlo e intonarlo per Lei.
“E’ il canto più bello e più poetico che mai donna abbia pronunciato . A volte non ci pensiamo; ma nel Magnificat, ci sono le vere parole di Maria, Magnificat anima mea Dominum. Queste parole sono proprio di Maria. Mai poetessa ha tratto dal fondo del suo cuore un brano così filosofico, di sintesi, di grandezza, di teologia, di costruzione del mondo, di profezia della storia; qui dentro c’è tutto! C’è il problema sociale, c’è la politica, c’è la grandezza, c’è l’amore, c’è la potenza di Dio, c’è la visione dell’ultimo giorno. C’è Tutto!”disse durante il la conferenza L’Ora di Maria, nel ’54.
Origine del fascino straordinario che sortiva nel professore la figura di Maria, doveva essere sicuramente nella sua natura umana. La Madonna era infatti per lui il simbolo della perfezione di Dio incarnata in un essere simile a lui in tutto e per tutto, e, forse per questo, più possibile da raggiungere e avvicinare.
Per questo recitava il Rosario con passione anche più volte al giorno, era un momento di estremo contatto con la Madre, era un modo per sentirla ancora più presente, per godere della sua pace e della sua perfezione. Anche in questo caso, il segreto stava tutto nella concretezza dell’atto, nel poter pronunciare parole di conforto e estrema devozione stringendo fra le dita i grani del rosario. “Sui grani della tua corona saliremo uniti verso di te , con i grani della tua corona ci leghi così forte che nulla potrà separarci”.



ENRICO MEDI TRA SCIENZA E FEDE

“Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell'ordine naturale (scienza) e nell'ordine soprannaturale (fede e teologia).
Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale.”
Il Professor Medi era fermamente convinto che Scienza e Fede fossero in continuo dialogo e superassero ogni ostacolo grazie all’intervento della filosofia che offriva alla scienza stessa gli strumenti per operare e soprattutto la possibilità di sintetizzare e raccogliere il materiale via via accumulato.
“La filosofia ha i suoi metodi e i suoi fini, la scienza metodi e finalità proprie, ma esse non possono , pur nella distinzione, ignorarsi. Nell’ultimo fine della verità di incontrano, si aiutano , si intendono. La scienza porge alla filosofia i risultati delle sue certezze, la filosofia offre alla scienza la potenza della sua luce”. Ha scritto il Professore all’interno di un discorso tenuto alla conferenza L’avvenire della scienza a Roma presso l’università S. Tommaso nel ’50.
Scienza e filosofia viste quindi come diverse facce di una stessa medaglia, ognuna dotata delle proprie qualità ma entrambe pronte a venirsi incontro, ad aiutarsi, entrambe a reciproco servizio. Entrambe parti di un'unica conoscenza voluta dal Signore. Conoscenza che Dio ha creato per l’uomo, e che per raggiungerla ha appunto creato vari strumenti, tutti importanti, tutti complementari.
L’idea di questa Conoscenza ammaliava il Professore, il pensiero del percorso arduo e tormentato per raggiungerla, percorso voluto da Dio e che a Dio porta sempre più vicini. Questa la chiave del rapporto stretto che lega Fede e Religione. Questo il segreto della loro complementarità. Chi cerca di separarle, chi ne rifiuta il nesso, potrà sempre e solo avere di entrambe una visione parziale e distorta e resterà sempre nel buio e nella confusione, faticando il doppio degli altri per raggiungere luce e chiarezza, e sempre e comunque in vano.
Da qui la sua incredulità davanti all’ateismo, che considerava una vera e propria follia, non vedere infatti nella scienza la suprema manifestazione del Divino era assolutamente impossibile per qualunque essere umano sano di mente e dotato di raziocinio.
Segno di squilibrio era poi sommamente, vedere scienza e fede avversarie, una negazione dell’altra, saperi di due mondi inconciliati e inconciliabili.
“La mente dell’uomo è fatta per la luce, ogni sorgente di luce che si accende nella sua anima non fa che diradare le rimanenti caligini. Dio è autore della natura e della rivelazione. Sono due strade diverse che portano alla Sua parola nella quale non può essere contraddizione. La fede è più diretta, tocca argomenti di valore infinito, Dio direttamente; la scienza indaga la natura coi mezzi che le sono propri. E man mano che la ricerca scientifica procede, la fede ne riceve conforto:sempre nuove armonie si schiudono al pensiero,la profondità dei misteriosi appaiono sempre più nella luminosa composizione del disegno del creatore, che, facendo l’uomo signore della terra, centro della creazione e dell’universo, lo ha chiamato ad una vita soprannaturale”. Questo un brano tratto da alcune conferenze tenute a Siena nel ’70.
Scienza Magistra Vitae che insegna all’uomo la via per raggiungere i segreti che il Signore ha celato dentro la natura, i segreti che stanno alla base di tutta la Creazione.
Ma come si possono trovare e capire quei segreti se si nega la fonte stessa che li ha pensati e generati? Come si può studiare o dominare qualcosa del quale si disconoscono le radici stesse? Queste le grandi domande che pone a tutti coloro che si professano atei e che si professano però Scienziati e sprecano la loro esistenza a rincorrere una verità che mai potranno cogliere e comunque capire.
Gli stessi studi scolastici si orientano su una errata e menzognera concezione di separazione degli ambiti: dalla pratica passano alla teoria, dal fisico all’immateriale.
Il Professor Medi sosteneva invece che “la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza”.
Sono correggendo dall’origine questo terribile errore, permettendo ai giovani di crescere con la giusta visione delle cose, si permetterà lo sviluppo di una società consapevole e devota al Signore.
La scienza infatti, vista con il giusto appoggio della fede, avrebbe anzi una valenza fortemente sociale, proprio perché in grado di mettere tutti d’accordo, di accomunarli davanti ad una verità oggettiva e inappuntabile. Verità che per essere tale, non può che essere emanazione divina e quindi inscindibile da una verità di fede.
Attraversala scienza il Signore migliora le condizioni di vita dei suoi figli, rendendoli però consapevoli e attivi, non passivi e incapaci. Tutte le macchine che la scienza stava creando miglioravano nettamente la qualità della vita. Proprio in questo suo grande potere sta nascosto il pericolo della scienza, quello di portare l’uomo che la pratica, che ne coltiva le leggi, verso lo strapotere. La scienza per essere compresa e utilizzata al servizio degli altri, quindi nell’unico scopo per il quale è stata creata, deve essere sempre e comunque accompagnata dall’umiltà. E qui trona il collegamento della fede. Solo chi vive nella luce di Cristo può conoscere la vera umiltà.”L’uomo fa della vera scienza quando dimentica se stesso e si affida interamente alla luce che dalla natura promana:egli sa di non essere creatore di nulla e che la sua grandezza è solo nella fedeltà con cui accetta il vero”


ENRICO MEDI E I PAPI

Alla prima Conferenza Internazionale sugli usi pacifici dell’energia atomica che ebbe luogo a Ginevra, Papa Pio XII inviò come capo della delegazione Pontificia il Prof. Enrico Medi. Il Professore fu commosso e onorato e partì subito accompagnato dalla moglie, fece il suo intervento su un argomento a lui particolarmente caro, relativo ai nuclei e rilasciò anche un’intervista per una Radio Svizzera. La Conferenza fu un’importante occasione per entrare in contatto con ambienti cattolici soprattutto giovanili, giornali italiani ed esteri. Fu richiesto persino un suo intervento, che fece in Francese a chiusura della conferenza. Di quest’ episodio il Professore serberà negli anni un grande ricordo.
Enrico Medi incontro Papa Pio XII nel ’46, ne nacque subito un rapporto di reciproca stima e approvazione: “Come ti ho scritto sabato sono stato ricevuto dal Santo Padre nel suo studio privato: per la prima volta ho parlato col Papa seduto alla sua presenza. La bontà del santo Padre, l’acutezza e paternità sono doti singolari che ha avuto da Dio. Ho affidato a Lui studi, politica e famiglia. Mi hanno dato un Rosario bianco per te e uno nero per la creatura che deve nascere” scrisse alla moglie in quell’occasione. Ben presto il rapporto si trasformò in qualcosa di più di una semplice conoscenza, il Santo Padre mostrò verso Enrico un amore paterno, si fidava di lui e lo stimava. Il professore divenne il suo tramite col mondo scientifico, il suo traduttore e consigliere.
Enrico, da parte sua di sentiva onorato di poter mettere il suo amore per la scienza al servizio della Chiesa e del Santo Padre. Era un suo desiderio tramutato in realtà. La sublimazione della sua concezione di somma identità e complementarietà della fede con la scienza. Un giorno che Il Papa vide Enrico stanco si preoccupò e gli ordinò una visita immediata, ma non si limitò a stare a guardare, si accertò che la visita, gli esami venissero fissati prontamente. Più avanti volle conoscere la famiglia al completo, la moglie e le figlie, fu un giorno memorabile che s’impresse nel cuore di tutti i partecipanti. Questo rapporto di scambio, continuo e intendo perdurò fino alla morte di Papa Pio XII. In quest’occasione il Professore prestò il suo ultimo servigio a quel suo Padre tanto amato, commentando il viaggio del feretro alla Radio Vaticana.
Ma il legame tra il Professore e i Papi, aveva radici profonde. Nato con Pio IX che gli aveva conferito il diploma di cultura religiosa superiore ottenuto alla Gregoriana.
Quando stava a Brouxelles ebbe molte occasioni di trattare con Papa Giovanni XXIII.
Il Papa lo volle accanto durante la visita coi ministri dell’Euratom. Per la morte del Papa tenne discorsi in tutt’Italia.
Con Paolo VI ebbe poi un rapporto ultrapersonale. Quando, dopo essere stato suo Assistente Ecclesiastico presso la Fuci, venne fatto Papa, gli inviò come suggello di eterna amicizia un esemplare in argento della medaglia del Concilio. Più avanti lo volle parte della Consulta del Laici dello Stato Vaticano. Fu proprio Paolo VI, appresa la morte del Professor Medi a mandare un telegramma tempestivo alla vedova e alle figlie.
Tuttavia, neanche la morte riuscì a spezzare un legame tanto forte e importante. Nell’’85 infatti quando Papa Giovanni Paolo II affrontò l’argomento “Gli uomini di scienza e Dio”, non poté non fare riferimento a quel figlio che tanto valorosamente e umilmente mise al servizio di Dio e del suo rappresentante in terra le sue conoscenze scientifiche: ”Sarebbe assai bello far ascoltare in qualche modo le ragioni per cui non pochi scienziati affermano positivamente l’esistenza di Dio e vedere da quale personale rapporto con Dio, con l’uomo e con i grandi problemi e valori supremi della vita essi stessi sono sostenuti. Basti qui il riferimento ad uno scienziato italiano, Enrico Medi, scomparso pochi anni or sono.”




I GIOVANI

"... L'uomo è più grande delle stelle. Ecco la nostra immensa dignità immensa grandezza dell'uomo, della vita umana. Giovani, godete di questo dono che a voi è stato dato e che a noi fu dato. Non perdete un'ora sola di giovinezza, perché un'ora di giovinezza perduta non ritorna più. Non la perdete in vani clamori, in vane angosce, in vani timori, in folli pazzie, ma nella saggezza e nell'amore, nella gioia e nella festa, nel prepararvi con entusiasmo e con speranza. Da una cosa Iddio vi protegga: dallo scetticismo, dal criticismo e dal cinismo; il giovane sprezzante di tutte le cose è un vecchio che è risorto dalla tomba. Guai se la giovinezza perde il canto dell'entusiasmo".
Medi amava i giovani. Gli si rivolgeva con continuo e crescente entusiasmo, come un padre, come un maestro, ma soprattutto come uno di loro. Questo il Professore si sentiva, un giovane amante della vita in quanto dono di Dio, e di tutte le ricchezze che essa portava. La vita, vissuta con coscienza e responsabilità, affrontata con gioia, umiltà e buoni propositi. Anche negli anni delle contestazioni non perdette mai la fiducia nei giovani né la voglia di rivolgersi a loro, di dedicargli discorsi ricchi di consigli e continui apprezzamenti.
“La nostra gioventù è buona. Non guardi alle centinaia di scavezzacolli che fanno confusione. Pensi alle generazioni che vengoNo su, parlo di quelli che oggi quindici sedici anni: istintivamente si accorgono che gli altri perdono tempo e che la vita sarà loro domani. La gioventù attuale, con tutte le doti di cui è carica, pone un problema grave a noi adulti e anziani. Sono loro i figli disastrati della guerra, perché le guerre distruggono le case, ma anche gli spiriti. Mentre le case di ricostruiscono rapidamente, per gli spiriti ce ne vuole. Bisogna andare incontro a questi giovani, cercare di dare un esempio valido, che possano capire, apprezzare e accettare. I giovani d’oggi urlano perché hanno il vuoto dentro e il vuoto fuori. I vuoti dentro perché gli abbiamo tolto i fondamenti della fede, la certezza nella verità, la gioia di potersi donar, lo spirito di sacrificio, ogni ideale insomma. Fuori poi, non vedono né speranze né appoggi, vedono solo manovre, opportunismo e furberie. La loro non è protesta ma sentimento del dolore, paura del vuoto, come i bambini hanno paura del buio. Quel loro andar cappelloni significa il loro disprezzo per le cose attuali cui noi diamo tanta importanza.” Dichiarò durante un’intervista.
Medi accusava quindi la società di aver trascurato la Fede, e di aver quindi cresciuto i propri figli privandoli dei punti fissi che la religione dà, costringendoli quindi a vivere nel buio, e nella confusione. Questa la ragione del ’68 e delle proteste imperanti di quegli anni. I giovani si sono allontanati da Dio a causa di un’educazione scolastica e familiare manchevole. I giovani chiedono aiuto, chiedono di riavere quei pilastri che gli sono stati tolti, e lo chiedono a modo loro, nell’unico modo che conoscono e che ritengano sia valido. In questo senso l’urlo della protesta giovanile deve risvegliare la società dal sonno in cui è piombata, deve servire non solo per riavvicinarla ai suoi figli ma soprattutto per riavvicinarla a Dio.
Egli, a differenza dei molti, faceva di tutto per stare vicino agli ambienti giovanili proprio negli anni più caldi, per capire il loro disagio e non chiudergli la porta in faccia come invece facevano tutti coloro che maggiormente li avrebbero dovuti ascoltare come le famiglie e i professori. E di conseguenza alla controparte cercava di rivolgersi, per convincerli ad uscire dal cantuccio in cui si relegavano col loro continuo “non capire”, per fare da tramite ad una sperata reciproca comprensione.
Il Professore si dichiarava infatti spesso profondamente addolorato da questo muro d’incomprensione che s’innalzava sempre più alto tra le due generazioni che insieme avrebbero dovuto cooperare per un futuro di speranza.
Non gli interessavano disquisizione di carattere politico o ideologico, Enrico Medi guardava più affondo toccava il nucleo originario di ogni problema.
Questa la ragione per cui Medi si sentiva sempre e comunque dalla parte dei giovani, perché loro sono i primi interlocutori del Signore, i figli sui quali rivolge tutte le speranze di un futuro migliore, di un futuro di fede e umiltà.
Il giovane non teme nulla e quindi non vive nell’ipocrisia, ma sfoga tutte le sue forze, urla tutte le sue richieste, dà una scossa alla società annichilita. La risposta dei giovani all’amore che il Professor Medi gli dedicava, era pronta e forte. Essi lo capivano, lo apprezzavano e lo ricambiavano con affetto e calore. I suoi discorsi arrivavano direttamente ai loro cuori, rimanendovi impressi per tutta la vita e spesso portandoli a profonde e intense riflessioni, alle quali era sempre pronto a dare consiglio e supporto.
“Perché tanto affetto? - rispose a chi gli chiese il perché di questo suo forte legame- I giovani sono la gioia della vita, la freschezza e la semplicità, il disinteresse e la speranza di un futuro migliore per l’umanità”


ENRICO MEDI E LA SOCIETA’ CONTEMPORANEA

Il Professore giudicava severamente la società del dopoguerra, cui rimproverava prevalentemente l’attaccamento al soldo e la conseguente perdita di valori spirituali.
Nonostante stesse vivendo una delle sue età più vive e ricche, la società moderna aveva perso tutta la sincerità e la freschezza di quelle precedenti. Tutti i progressi raggiunti, non facevano che degradarne il valore e l’intelligenza, assoggettati alla produzione e successivo consumo sfrenato di beni. Lo spessore spirituale di tale società andava assottigliandosi in maniera direttamente proporzionale a quando invece cresceva il suo stato di “benessere” concreto.
Il fascino che in lei sortiva il denaro, la ricchezza, la concretezza l’aveva imprigionata in un circolo vizioso dal quale diventava sempre più difficile poterla liberare.
Così la definì una volta:” una società irreale, sbagliata, antinaturale, che si ritiene essere sicura espressione della concretezza, si affanna a produrre beni, che si affretta a distruggere; moltiplica le comunicazioni commerciali e le ferma con cumuli di restrizioni; proclama la libertà e la soffoca per proteggerla”.
Il valore del denaro, la ricerca forsennata del benessere avevano spogliato la società del suo vero credo, allontanandola sempre di più dalla religione e dai suoi messaggi.
La ricchezza aveva privato l’uomo dei vecchi valori, sostituendoglieli con altri fittizi e insoddisfacenti. La società moderna era lontana da Dio, sempre più distante dalla sua luce e proprio per questo, contraddizione in termini, non riusciva a godere dei suoi trionfi. L’intelligenza moderna era un intelligenza fredda e senza spessore che non riusciva a portare gioia ai cuori di chi la possedeva ma solo pena, ansia e fame perenne.
Fame di significati, fame di certezze, cercati sempre più nei luoghi più sbagliati.
“Oggi purtroppo noi siamo rimasti privi di maestri e privi di filosofia; siamo prosciugati, consumati, inariditi, sbandati. “
In tutto ciò, tronfia delle sue vittorie, la società moderna aveva sviluppato un elevato grado si superbia che la rendeva immune da critiche o anche solo consigli. Era proprio la superbia ad aver allontanato l’uomo moderno dal Signore, ad avergli tappato occhi e orecchie per non permettergli di ascoltare più la verità del Vangelo.
Una profonda ignoranza contraddistingueva questo atteggiamento. Venivano ormai trascurate le scienze astratte come la Filosofia e la Teologia, non si coltivava più l’intelligenza produttiva, la razionalità logica.
L’ignoranza era sorella dell’indifferenza, nella quale l’uomo moderno viveva ormai da tempo immemorabile. I primi sintomi della “malattia della società moderna”, erano infatti da ricercarsi secondo Medi, nell’inizio del processo di secolarizzazione, che durante il dopo guerra aveva notevolmente accelerato.
“Hanno deificato la libertà e nel suo nome hanno costruito l’immensa gabbia economica per un mondo di schiavi. Hanno gridato fraternità e si sono uccisi senza misericordia, hanno alzato il vessillo della eguaglianza e l’ hanno ottenuta solo in sterminati cimiteri”
Medi era profondamente inquietato da una società che non nominava affatto il nome di Dio, ma lo ignorava totalmente. Davanti ad una tale posizione era difficile trovare un rimedio. Per questo condannava chi cercava di sedare nel silenzio la rivolta giovanile, che lui invece accoglieva come un grido nel silenzio forzato, un grido liberatore, davanti al quale tirare un sospiro di sollievo.
I giovani soffrivano di quella mancanza di guide ai quali la società dei loro padri li aveva condannati. In loro Medi riponeva appunto le sue speranze. I giovani come ponte tra la Società e Dio.



CON PADRE PIO


“Beata Tu, o Pietrelcina, perché hai visto nascere Padre Pio ...” scriveva il Prof. Medi nel discorso rivolto ai Pietrelcinesi durante la solenne commemorazione di Padre Pio, in occasione della festa patronale della Madonna della Libera. E continuava: “Perché nell'istante in cui l'uomo nasce, respira e viene a contatto con le prime molecole che entrano dentro i suoi polmoni e nella sua vita, e le prime molecole di quel paese lasciano in lui una traccia misteriosa, che noi diciamo una traccia genetica, in tutta la sua vita”.
L’incontro con Padre Pio, cambiò la vita di Enrico Medi per sempre. Il primo incontro fulminante fu seguito da tanti altri, sempre densi di significato e di luce, fili che intrecciarono una relazione così straordinaria da non fermarsi alla morte del Frate. Spesso il Professore si tratteneva alcuni giorni a S. Giovanni Rotondo, voleva vivere la quotidianità di Padre Pio, stargli vicino e assisterlo in ogni sua manifestazione d’essere, godere il più possibile del suo consiglio e del suo calore.
Approfittava di ogni occasione per poter correre dal Santo e ricevere la Sua benedizione speciale, che questi gli faceva con gioia e paterno affetto. Il Prof. Medi, infatti, vedeva nel Santo le virtù del credente esaltate all’ennesima potenza, non perdeva occasione per metterne in risalto l’umiltà, la serenità, si sforzava per trasmettere a chi lo ascoltava il Soffio della santità di Padre Pio.
Gli parlava della sua famiglia, della moglie e delle figlie e il Padre mandava la Sua santa Benedizione anche a loro. “Gli ho parlato delle 4 Marie, è sembrato meravigliarsi ma si è ricordato subito di loro. La benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me…Dopo la Comunione l’ ho pregato ancora per gli occhi di Enrica, ha detto sì sorridendo e ha baciato il Crocefisso: questo il suo ricordo. Per le scale”La benedico di nuovo”. Tre volte benedetto e accarezzato da Padre Pio: sono felice” scrisse in una lettera.
Ma non era solo Enrico a correre dal Padre, spesso era lui a farlo chiamare soprattutto nel periodo delle elezioni a San Giovanni Rotondo. A Petralcina, tutte le porte erano aperte per il Professore, tutti lo sapevano essere uno dei figli prediletti del Santo.
Ma ciò che più stregava Enrico, riempiendogli il cuore di gioia, una gioia che poi era in grado di trasmettere nei suoi discorsi, era assistere alla messa di Padre Pio.
Come uno qualsiasi dei pellegrini, alle 4.30 aspettava dietro il portone della Chiesa, alle 5 entrava e si sistemava nel coro per servire la messa.
“La messa di Padre Pio era rivivere fisicamente tutta l’agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocefissione e della morte. Quando assistevamo alla messa si vedeva l’ansia di una creatura che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore quando fu sul Calvario. Era un fremito continuo un’immensa ansia.” Scrisse il Professore per una lunga conferenza a Cerignola nel giugno ’69. Quando non perse occasione per ribadire le tre grandi virtù del Frate Santo: umiltà, obbedienza e carità.
Ma i suoi non erano solo sospetti, sensazioni evinte dall’assistere alla messa, le sue erano certezze derivate dalle stesse confessioni che il Santo era solito regalargli durante i loro profondi incontri. “Un giorno mi disse: tu devi capire cosa significa ogni giorno ammazzare mio padre, ammazzare Gesù” raccontò una volta.
Ma al Professore non bastava dimostrare continuamente il suo Amore e la sua devozione al Padre, essergli sempre vicino, condividere le sue angosce e i suoi crucci, volva fare qualcosa di più. Voleva essere per lui il figlio migliore. Volva dimostrare concretamente il suo amore profondo, aiutandolo a realizzare un grande desiderio del Padre: La casa Sollievo della Sofferenza. Che fosse la più grande, la più tecnicamente e umanamente perfetta, con tanti medici e chirurghi, che prestavano la loro opera gratuitamente.
“Dal punto di vista spirituale e medico la casa è un successo: solo la Provvidenza per le preghiere della Santa creatura che è Padre Pio, poteva far rifiorire nel deserto una pianta così ricca di frutti”. Scrisse il Professore.
Ma il desiderio di compiacere il Padre andava ancora oltre, il Figlio Prediletto sognava infatti anche un altro dono, quello di un centro di ricerche scientifiche nel campo medico-biologico che fosse da esempio per il mondo intero. Centro, al quale affiancarne un altro riservato esclusivamente alla formazione per laici che desideravano, in qualsiasi campo, mettersi al servizio della Chiesa. Quest’ultimo sogno però, nonostante fosse stato fortemente voluto dallo stesso Padre, non passò mai alla pratica. Il Professor Medi, fu partecipe, fino alla fine delle gioie e dei dolori del Frate Santo. Fu infatti uno degli ultimi a vederlo vivo e a ricevere l’ultima benedizione.
“Il Padre sapeva che era l’ultima benedizione e con il cuore commosso alzando gli occhi al cielo, quasi traforando le arcate del convento, accolse quella Benedizione.”raccontò qualche giorno dopo la morte con somma commozione.
La notizia della morte lo colse lontano, impegnato in un viaggio di lavoro. Incontenibile fu il dolore per non poter assistere agli ultimi respiri del Padre, ma tornò subito a San Giovanni rotondo e veglio la notte intera, accanto alla salma, perso nell’estremo saluto.
Estremo salutò che ripetè durante il funerale, davanti ai suoi fratelli, figli anch’essi del santo Frate, fratelli che tutti, conoscevano il Professore e il suo rapporto speciale col Padre comune.
Rapporto che, come già detto, non potè interrompersi con la morte di Padre Pio, ma continuò e continuerà in eterno. Il Professore non smetterà si visitare San Giovanni Rotondo e non perderà occasione per parlare del Padre e ricordarne la figura grandiosa, soprattutto ai Gruppi di preghiera di Padre Pio costituitisi in tutt’Italia.
 
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